Una storia del Mayday di New York
Centinaia di foto, decine di video e di registrazioni audio, tante parole e suggestioni: questo è quello che mi è rimasto del primo maggio di Occupy Wall Street e che, più velocemente che posso, sto inserendo nel sito perché ognuno possa sfogliare e costruire la propria storia del Mayday a New York.
La storia che vi racconto io inizia a Bryant Park dove alle 9.30 del mattino ci sono molte televisioni e non moltissimi manifestanti. Dopo poco che sono arrivata parte un corteo non autorizzato e non previsto nel programma che sfiora Times square, fa il giro di un paio di isolati, passa davanti alla sede di News Corporation e rientra a Bryant Park dove intanto la folla era aumentata.
Quello che colpisce da subito è la grandissima quantità di polizia (in questo primo piccolo corteo il rapporto era quasi di un poliziotto a manifestante) che circonda il corteo: sono davanti, dietro e, soprattutto, sul lato, tra strada e marciapiede, a formare un cordone che non permette a chi è dentro al corteo di allontanarsene.
La seconda cosa che colpisce è la tipologia di manifestanti: ci sono i giovani, di ogni tipo, ma ci sono anche tanti anziani e adulti, persone che assomigliano ai miei genitori e che normalmente non ci si aspetterebbe di trovare a una manifestazione di questo tipo. E poi ci sono tanti immigrati che sventolano e indossano la bandiera americana e che chiedono, come tutti gli immigrati nel mondo occidentale, diritti e rispetto.
A Bryant Park ci sono diversi banchetti, spazi informativi dei diversi gruppi di lavoro di Occupy Wall Street, c’è un piccolissimo campionario di quel che resta della biblioteca, ricostruita dopo che nello sgombero di novembre tutti i libri erano stati distrutti, c’è una cucina che serve cibo gratuitamente a chiunque abbia abbastanza pazienza per aspettare nella lunghissima fila e dove tutti gli addetti indossano guanti di lattice.
Il programma della giornata è ricchissimo e si svolge in più luoghi, quindi dopo aver gironzolato per Bryant Park mi dirigo verso Madison square Park, curiosa di assistere alle lezioni e ai workshop della Free University, uno spazio aperto e gratuito creato dagli studenti e da professori delle università newyorchesi per affermare il diritto all’istruzione di qualità per tutti.
Lungo la strada incontro la banda degli studenti universitari impegnati in una sorta di concerto itinerante per attirare persone a cui far arrivare il proprio messaggio e da invitare alle iniziative della Free University.
Quello che mi ha davvero sorpreso, però, è stato l’arrivo in una Union square piena di gente e il corteo che da lì è arrivato fino a Wall street con una folla di decine di migliaia di persone secondo la polizia.
Il programma non diceva nulla di cosa sarebbe successo dopo l’arrivo a Wall street: si accennava a un “after party” ma senza dettagli e, soprattutto, senza location definita. Così è da un tweet di David Graeber, antropologo e anarchico, uno dei “padri spirituali” di Occupy Wall Street, che scopro il luogo dell’appuntamento: il 55 di Water street, vicino alla sede di Standard & Poor’s, nel parco del memorial dedicato ai veterani del Vietnam. Quando arrivo ci sono già centinaia di persone che stanno dando vita a un’assemblea dove un facilitatore, usando il microfono umano, spiega come funzionano i gesti che servono a esprimere approvazione o dissenso, come si pone il veto su una decisione dell’assemblea (anche se specifica che quell’assemblea non avrebbe avuto potere decisionale) e quali sono le condizioni in cui si pone il veto.
Non passano molti mic check, molti interventi, prima che qualcuno prenda la parola per dire quello che tutti aspettavano di sentire: «Questo parco chiude alle 22, ma alcuni di noi hanno deciso di fermarsi qui per la notte e a tempo indeterminato». Un’ovazione accoglie l’affermazione, non solo la rotazione delle dita che normalmente serve ad esprimere approvazione durante le assemblee senza interrompere chi sta parlando.
La polizia, numerosissima a circondare l’area dell’assemblea, non era d’accordo e la piazza è stata sgomberata invitando le persone a uscire e con alcuni episodi di violenza nei confronti di chi, invece, voleva rimanere. Un centinaio di manifestanti si sono spostati a Zuccotti Park nella notte per decidere cosa fare, che è la grande questione che si pone ora al movimento dopo quello che può essere senza dubbio definito successo della manifestazione del 1 maggio.
