Occupy Chicago, secondo giorno
Domani è un altro giorno. Anzi, oggi, per voi che mi leggete dall’Italia. È un giorno in cui non si sa cosa succederà per le strade di Chicago, a meno di essere certi chela giornata del 19 maggio è stata un’anticipazione di quello che sarà.
E per alcuni versi lo è stata.
Occupy Chicago ha approvato per queste giornate di protesta un documento, i Chicago principles, secondo il quale il movimento che si riunisce in questi giorni per protestare contro G8 e NATO riconosce che, posti gli obiettivi comuni di pace e giustizia, singoli e gruppi possono utilizzare diverse tattiche e diverse forme di azione.
Questo, senza girarci troppo intorno, significa che anche i gruppi che usano tattiche e strategie di black bloc sono parte del movimento.
La questione “black bloc” meriterebbe un approfondimento a parte e, infatti, è stata al centro della colazione che la mattina di sabato un gruppo di occupier di New York ha consumato insieme. Intanto, si rifiuta il termine “violenza” per indicare atti rivolti a “cose” e non a persone. In secondo luogo, queste “cose” sono abitualmente simboli di multinazionali, della finanza, ecc. non piccoli negozi.
Detto questo, però, il parere comune degli occupier newyorkesi è che per protestare contro la NATO non occorre colpire simboli di multinazionali e quindi difficilmente sarebbe successo qualcosa.
Una volta in piazza questa sensazione diventa certezza: il corteo ha marciato per più di otto ore nelle strade di Chicago. Per le prime quattro abbondanti ha guidato le danze sfidando un’imponente presenza di polizia con improvvisi cambi di percorso, marce indietro, soste e partenze improvvise.
La presenza della polizia è impressionante per quantità, dotazioni, distribuzione sul territorio. Non c’è angolo del percorso in cui non sia visibile almeno un poliziotto e, generalmente, molti più di uno. A piedi, a cavallo, in bicicletta, su automobili e furgoni, in elicottero. L’impressione è che la polizia giochi a provocare un reazione dei manifestanti: loro vogliono “riprendersi la strada” («Whose street? Our street» è il canto con cui danno il via alle marce e quello che torna più spesso) la polizia si fa vedere ad ogni angolo di strada, lungo i fianchi del corteo senza lasciare spiragli per chi volesse allontanarsi, in testa e in coda. Si cerca l’escalation, è l’impressione, l’esasperazione accerchiando il corteo e facendolo sentire in trappola per poi riaprire gli spazi e richiuderli quando si vuole, procedendo ad arresti del tutto casuali, che spesso, infatti, si risolvono nel giro di poche ore e senza accuse.
Oggi il corteo ha girato per le strade di Chicago per oltre otto ore e le occasioni per compiere atti “violenti” (ma nell’accezione che si diceva prima) sono state moltissime. Eppure, mi risulta che una sola vetrina sia stata imbrattata con una bomboletta spray.
A un certo punto della serata è girata voce che dalle radio della polizia si parla ca di agenti che si preparavano, con vestiti” da black bloc” a infiltrare il corteo.
Ecco, al termine della giornata di oggi, 20 maggio, tenete a mente queste cose per pensare a quello che, probabilmente, succederà: le ore di provocazioni subite, la stanchezza e la rabbia per essere stati, per ore, il topo in un gioco con un gatto sproporzionatamente più forte e potente, le devastazioni possibili ma non praticate, i possibili infiltrati.
