Raccontare è partecipare
Ieri sera sono stata invitata alla riunione del gruppo di lavoro di Occupy che gestisce i numerosi account twitter, la pagina facebook, alcuni siti e, ingenerale, la comunicazione online del movimento.
L’appuntamento era all’Yippie Cafe, nello spazio che oggi è sede di diverse organizzazioni ed è nato negli anni ’60 come epicentro della contro-cultura newyorkese. Tra i fondatori Abbie Hoffman la cui vita è difficilmente riducibile in poche righe ed è autore di testi culto della sinistra radicale americana, tra cui ad esempio Steal this book, una sorta di manuale per la rivoluzione.
Le riunioni di Occupy iniziano sempre allo stesso modo, indipendentemente dal numero dei partecipanti: seduti in circolo, ciascuno si presenta e spiega di cosa si occupa e la ragione per cui partecipa alla riunione.
Intorno al tavolo c’è chi ci si aspetta di trovare a una riunione di Occupy in cui si parla di comunicazione: ragazzi tra i 20 e i 30 anni, tanti smartphone, un paio di computer. Ci sono facce note alla mia timeline, come Justin Wedes e Shawn Carrié, di cui conosco la storia di ogni arresto. Qualcuno alla sua prima riunione nel gruppo, come Allison che si presenta come «insegnante, attivista, organizer». Ci sono ospiti venuti da lontano, come Zack di Indymedia Chicago, venuto a raccontare come sarà gestita la comunicazione e l’aggregazione di contenuti nei giorni di protesta contro la NATO. C’è che Yoni che ho incontrato uno dei primi giorni in cui stavo qui e mi ha invitata a partecipare a questa riunione. Ci sono diversi videomaker professionisti, cameramen, autori televisivi.
L’ordine del giorno viene deciso insieme, ognuno mette sul tavolo l’argomento di cui vorrebbe parlare al gruppo e stima il tempo necessario alla discussione.
Così Justin aggiorna il gruppo sui progressi nel trovare una sede per il gruppo, una vera a propria redazione che, mette in guardia Shawn, «deve essere pensato come il posto in cui lavoriamo, non uno spazio aperto a chiunque, altrimenti finisce in malora». Si parla di produrre materiali ad hoc, di professionisti che lavorano in tv e cinema e che sono disponibili a collaborare per creare materiali da utilizzare per promuovere iniziative e diffondere idee e temi di discussione. Shawn parla dell’opportunità di aumentare la presenza su facebook, dove Occupy Wall Street ha solo una pagina, a differenza di twitter dove hanno diversi account e ne creano di nuovi per ogni iniziativa prevista. Parlano di usare Storify e di cominciare a fare dei follow friday, #OccupyFF, di account che in qualche modo si distinguono nella diffusione di contenuti che interessano al movimento. Zack spiega che Indymedia Chicago ha predisposto una sorta di aggregatore di livestream e flussi di tweet per raccontare e documentare i giorni di protesta e la brutalità della polizia che, convengono tutti, sicuramente ci sarà.
L’impressione è di avere a che fare con persone che hanno chiarissima l’importanza dei social media per la diffusione di un movimento che nelle prime settimane di ottobre aveva catalizzato il 30% delle informazioni che circolavano sui media mainstream e che ora invece non viene citato nemmeno quando, il primo maggio, sfilano decine di migliaia di persone per le strade di New York. Sono giovani, abituati a comunicare coi social network (quando li incontro mi chiedono il contatto facebook prima ancora del telefono o della mail) e sanno che partecipare significa anche raccontare. E se partecipare per gli attivisti di Occupy è la cosa più importante, raccontare, costruire i propri canali di comunicazione e la propria narrativa è altrettanto importante.


[...] Chicago ho vissuto con gli attivisti del movimento Occupy, ho partecipato alle loro riunioni, ho dormito due ore per notte condividendo preoccupazioni e ansie per le persone arrestate dalla [...]